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Palazzo del Comune e Portici del Grano

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Palazzo del Comune e Portici del Grano
La Sala del Consiglio Comunale

La Sala Consiliare di Parma presenta una compiuta veste ottocentesca: realizzata dopo l’Unità d’Italia in sostituzione della precedente, utilizzata dal Consiglio degli Anziani, venne studiata con lo scopo di accogliere il previsto numero dei consiglieri ed ospitare, nel suo insieme, Sindaco, Giunta e Consiglio.
La decorazione, gli arredi e le parti di finitura furono commissionate a Girolamo Magnani (1815-1889), uno dei più rinomati decoratori e scenografi contemporanei.
Magnani condivise l’opera di decorazione della Sala con Cecrope Barilli (1839-1911), cui affidò il consistente incarico dell’affresco sulla volta. A Barilli, che portò a termine l’opera tra il 1885 e il 1887, vanno riconosciute infatti le decorazioni allegoriche nei due grandi riquadri centrali e nelle lunette laterali. Entrando nella sala, a partire da sinistra e in senso orario, esse rappresentano il “Genio delle Arti”, “L’Arte della Seta”, “Le Scienze” e il “Genio dell’Agricoltura”. Nei due riquadri centrali sono invece raffigurati, a sinistra, un fatto storico avvenuto nel 1247, “La Vittoria riportata dalla città di Parma sulle armi dell’Imperatore Federico II di Svevia”, mentre a destra “Parma con le insegne e le armi della città”, che campeggia su di uno sfondo in cui si nota il Palazzo Municipale. La volta, resa con un unico colore in varie gradazioni a seconda dei chiaroscuri, è decorata inoltre con una grande architettura dipinta, all’interno della quale si inseriscono i tondi con i ritratti nelle sfumature di grigio di alcuni personaggi illustri della città, tra i quali Giuseppe Verdi.
L’arredo in legno della Sala risente della consulenza di Magnani, per quanto realizzato da un noto falegname del tempo, Pietro Zinelli di Parma, al quale va riconosciuta anche l’intera serie di finiture lignee che decorano le porte d’ingresso, i serramenti, gli stipiti, le cornici e i sovrapporta.
Ai lati della sala sono stati inoltre collocati, fin dai primi decenni del ’900, due grandi dipinti di Ilario Spolverini (1657-1734) raffiguranti due momenti dei festeggiamenti legati alle nozze per procura di Elisabetta Farnese con Filippo V di Spagna (1714): i due soggetti raffigurano, a sinistra di chi entra, “La cerimonia nuziale di Elisabetta Farnese nel Duomo di Parma”, mentre a destra “Il corteo nuziale verso il Duomo di Parma”. Altre due tele di questo imponente ciclo pittorico sono collocate nell’attigua Sala Grande. 
 
La Sala Grande (prima stanza)

Tra lo scalone seicentesco a più rampe e la Sala del Consiglio Comunale si apre il grande Salone centrale, ottenuto a seguito di ampie ristrutturazioni otto-novecentesche, in cui è possibile ammirare una serie di quadri dell’epoca dei Farnese, qui collocati ad ornamento dei locali del piano nobile nei primi decenni del XX secolo.
A destra di chi sale dalle scale è situato un dipinto della bottega del Veronese riconosciuto al pittore veneto Gian Battista Zelotti (1526-1578), raffigurante “L’Allegoria di Venezia”. È un dipinto che riprende una tipica scena di elogio alla città marinara, ricorrente nel gusto e nella maniera dei pittori della cerchia del Veronese, del quale l’autore era uno dei discepoli più affermati. 
 A sinistra campeggia una grande pala d’altare realizzata da Clemente Ruta nel 1732 per l’Oratorio di San Quirino (oggi sconsacrato). La tela, che raffigura la “Natività della Vergine”, è debitrice della scuola emiliana di Correggio e Parmigianino per lo stile e i colori, ma risente della caratteristica attenzione dell’autore per la composizione scenica e prospettica appresa a Roma, in particolare da Raffaello. Ruta mostra infatti di padroneggiare con maestria il suo caratteristico allestimento scenico obliquo con scarsa profondità di campo in cui le figure sono collocate gerarchicamente sfruttando le gradazioni di luce e colore. La tela, la cui ricca cornice con fastigio (l’elaborata decorazione sommitale), originale, fu realizzata su disegno di Ruta, ha subito numerosi spostamenti nel corso del XX secolo, per poi trovare la sua collocazione definitiva presso Palazzo Municipale nel dicembre 2001.
 
La Sala Grande (seconda stanza)

A sinistra, di dimensioni più ridotte rispetto alle altre grandi tele presenti nel salone, si può notare “La Madonna in Gloria tra Angeli”, opera di Giuseppe Peroni (1710 - 1776), un religioso che seppe affermare la propria arte a Parma nel Settecento, divenendo caposcuola di una ricca tradizione legata all’Accademia di Parma. Si tratta di un’opera giovanile, ancora legata a modelli bolognesi e romani.
 Sulla stessa parete figura il grande dipinto realizzato nel 1734 da Pietro Rubini per l’Oratorio di San Quirino avente per soggetto il martirio del santo eponimo della chiesa, luogotenente dell’esercito romano che era stato toccato dalla fede. L’opera risponde a criteri scenico-teatrali di maniera, nonostante voglia risultare cruenta: la cavatura dei denti diviene un inusitato strappo della lingua, il corpo del martire presenta un’eleganza settecentesca, inoltre la prospettiva aerea, il trompe l’oeil, la complessa architettura classica risultano caratterizzati da un insieme di stili diversi. Dopo la sconsacrazione dell’Oratorio, anche quest’opera subì vari spostamenti nel corso del XX secolo, per poi trovare definitiva collocazione a Palazzo Municipale nel dicembre 2001.
Sulla parete di fronte spicca la tela che raffigura “S. Francesco in contemplazione del Crocifisso”. L’autore non è certo, per di più lo stato di conservazione è precario e l’opera è stata oggetto di forti ridipinture nel corso dei secoli, ma determinate caratteristiche stilistiche rimandano ad artisti parmensi del XVI secolo: Francesco Maria Rondani o Girolamo Mazzola Bedoli. Al primo rimanda la tensione interna alla rappresentazione, mentre al secondo il forte aspetto primitivo della vigorosa torsione del collo e i colori stesi con compatta solidità all’interno del disegno, oltre alla presenza di soggetti francescani nella sua storia artistica.
 
La Sala Grande (terza stanza)

La parte più lontana dall’ingresso conduce agli uffici del Sindaco, del ViceSindaco, della Giunta, e alla Sala di Rappresentanza.
 In questo grande ambiente, a sinistra si apre al visitatore la visione del grande dipinto raffigurante la “Crocifissione di Cristo sul Calvario”, scena vivida e tormentata nella quale al gruppo delle Pie Donne in primo piano fanno riscontro i soldati corazzati a cavallo, con le tre nude croci che si stagliano sul cielo di piombo dell’ora drammatica del trapasso del Redentore, mentre l’immagine di Gerusalemme si intravvede all’orizzonte nello spoglio paesaggio di Palestina. L’opera è da ascriversi a Bernardino Gatti detto il Sojaro (1495-1575), pittore cremonese che operò a lungo a Parma e Piacenza nella seconda metà del ‘500, e riconosciuto come il miglior seguace di Correggio. Il dipinto risente in particolare dell’uso dei colori di gusto parmense e dell’influenza del Pordenone, attivo tra Cremona e Piacenza nella prima metà del XVI secolo.
Nell’angolo attiguo sono collocate altre due tele del grande ciclo pittorico dipinto da Ilario Spolverini per celebrare le nozze dell’ultima erede dei Farnese, Elisabetta, andata sposa nel 1714 al re di Spagna Filippo V. Qui, in particolare, si trovano i due dipinti conclusivi raffiguranti “Il convito nuziale di Elisabetta Farnese” e “Il corteo nuziale di Elisabetta Farnese giunge a Borgotaro”.
Sulla parete di fronte, la serie complessiva dei dipinti dello Spolverini è arricchita dalla raffigurazione in cui “Il Duca Alessandro Farnese riceve le chiavi di Anversa”, celebrazione storica a tema farnesiano del grande generale parmense, uno dei più grandi dell’Europa del ‘500. Le opere di Spolverini sono da ritenersi tutte eseguite entro i primi tre decenni del Settecento.
 
La Sala di Rappresentanza

Si accede alla Sala di Rappresentanza dall’ultimo vano della Sala Grande. Spicca sulla destra il ritratto di Paolo III Farnese con i nipoti favoriti (il cardinale Alessandro e il duca Ottavio suo fratello maggiore), che riprende il modello della ritrattistica nepotista in voga alla metà del ‘500 presso la corte papale. Si tratta di una copia di un celebre dipinto realizzato da Tiziano su richiesta del Cardinale Alessandro: l’originale ebbe stesura tormentata, non fu mai finito (forse non piacque al committente, sicuramente non a Tiziano) e venne relegato nei depositi dell’enorme collezione farnesiana solo per esservi poi notato da Anton Van Dyck e divenire parte integrante delle collezioni farnesiane non prima della metà del XVII secolo. Si ritiene che questa copia, sicuramente antica, sia stata realizzata proprio in quell’epoca, probabilmente da tale Francesco Quattro Case. Rispetto al celebre originale, l’opera, attestata almeno a partire dal 1680, è di dimensioni minori e presenta alcune varianti o semplificazioni. 
Si trovano sulle pareti anche i ritratti dei Quattro Evangelisti, opera di un pittore che lavorava a Roma nella cerchia dei primi seguaci di Caravaggio, nei primi decenni del ’600. Sono stati attribuiti a Carlo Saraceni o a un suo allievo, per l’uso tonale dei colori e per la complessa organizzazione figurativa, in cui la postura e la fisionomia si allineano alla psicologia dei quattro Evangelisti e dei rispettivi simboli allegorici.
L’autore del “Cristo” deriso o incoronato di spine non è noto: l’opera si rifà chiaramente a Caravaggio, e la creazione potrebbe datarsi attorno al 1630. Alla lezione di Caravaggio si rifanno la disposizione studiata dei personaggi, il buon dinamismo dei corpi risucchiati verso il centro e la ripresa ravvicinata, ma l’obbiettivo comunque abbastanza lontano, le pieghe delle stoffe non convincenti e la scarsa attenzione all’espressione e alle emozioni dei personaggi tradiscono una mano non eccelsa: si è pensato a Gregorio Preti, fratello del più celebre Mattia.
La “Madonna con Bambino e santi teatini” è una pala d’altare (cioè il grande quadro posto sopra l’altare) proveniente da un convento dell’ordine teatino. Qui sono rappresentati: a destra il fondatore dell’ordine Gaetano da Thiene, mentre a sinistra probabilmente S. Andrea da Avellino.
Nella seconda metà del XVII secolo sono presenti a Parma a lavorare per quest’ordine, fortemente sostenuto dalla famiglia ducale, il pittore di tele pesarese Giovanni Venanzi, e il pittore di affreschi Filippo Maria Galletti, cui si deve la complessa decorazione della chiesa di Santa Cristina. Determinati aspetti stilistici e tematici legherebbero questa pala più alla pittura del fiorentino Galletti.

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    Palazzo del Comune e Portici del Grano Strada della Repubblica, 1 - 43121 - Parma
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